E’ impossibile dire cosa sia Napoli. Non ci provo nemmeno. Come tutto ciò che è sfacciatamente complesso, artefatto, capovolto o eccentrico, si può solo tentare di intercettarne qualche punto di vista sufficientemente adeguato a decifrare quanto, tutte le volte che l’attraverso, avverto come un paradossale malessere creativo. E credo di conoscerne in minima parte le ragioni: la verità di Napoli coincide con la sua retorica e dentro di lei possono convivere, senza alcuna ambiguità, tutti gli opposti possibili. Non c’è altro luogo dove la bellezza è tragica, la scempiaggine coabita con l’autenticità e il fascino si trasforma in deformità. Dentro questo confine fisico e immaginifico di una città abusata da chi ci vive, spesso la mia ricerca di realismo non riesce a evitare la suggestione  - non molto originale, lo ammetto - che tutto ciò che osservo sia frutto della proiezione di una titanica macchina cinematografica installata sul Vesuvio. Io ci vedo, insomma, la perpetua messa in scena dei luoghi comuni e di un universo umano attore e spettatore del suo folclore. Ed è un panorama che ti appare sempre, anche quando decidi di non guardare. Comprendi allora che nessun aggettivo è inutile per descrivere poi ciò che gli occhi registrano con l’obiettivo, anzi, che di nessuno aggettivo si possa fare a meno per questa indissolubile città che non può mai evitare di farsi fotografare.

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